#57 LA PROFESSORESSA MASCHIACCIO

Celia Quando entro nel refettorio della scuola agraria di Murraça, 25 chilometri oltre Caia, la professoressa Celia, o Celita, come ama farsi chiamare, non è ancora arrivata. Guardo l’orologio, sono in anticipo di qualche minuto. La sala è ampia, dalle grandi finestre entra la luce del sole pomeridiano attraverso le zanzariere. Le tavolate e le panche sono vuote e ordinate. Mi perdo nei miei pensieri, chiedendomi che vita sentirò raccontare, in quale storia avrò il piacere di tuffarmi, quando il mio fantasticare viene interrotto dal rumore della porta che si apre: ecco Celita, avvolta in colori sgargianti, con un sorriso radioso disegnato sul volto scuro. Guardo l’orologio, le 16 in punto. ‘Puntuale e sorridente come sempre!’ le dico. ‘No affatto! Non è sempre stato così!’ ‘Non ci credo! Davvero?’ ‘Certo! Quando ero piccola mia mamma me le cantava sempre. Ma io ero molto egoista, non ci facevo caso, ero proprio un maschiaccio! Mia sorella e mio fratello erano molto diversi da me, erano più calmi, attenti e meno decisi. Io vivevo nel mio mondo e, non so come dire, non mi preoccupavo di nulla. Solo quando ho cominciato ad avere quell’età in cui si deve crescere per forza, soltanto allora mio padre si è tranquillizzato, vedendomi vestita da donna. In quel momento, probabilmente, ha capito per la prima volta di avere una figlia.Ma la sua gioia non è durata molto. Un giorno, era il 2004, stavamo andando da Nova Mambone, dove abitavamo, ad Inhambane. Io ho guardato dritto negli occhi mio padre e gli ho detto “Voglio andare a Nampula, all’accademia militare”. Non dimenticherò mai il suo sguardo, e nemmeno quello che mi disse “Non se ne parla nemmeno!”. La sua bambina voleva diventare un uomo, questo si era messo in mente! Ma io ero testarda e ci andai lo stesso. Feci l’esame ma non volli sapere il risultato: sapevo che, in ogni caso, non avrei potuto frequentare l’accademia. E così, anche se mai e poi mai avrei voluto diventare professoressa, mi iscrissi alla Facoltà di Pedagogia».‘Strana la vita! Certe volte le cose migliori nascono sotto i peggiori auspici!’

Proprio i peggiori, hai detto bene! Le prime settimane in questa scuola sono state sicuramente le peggiori della mia vita. Ora ti racconto: dopo essermi diplomata nel 2009, ho partecipato ad un concorso e ho ottenuto la cattedra in una scuola superiore di Caia. Nel 2010 ho iniziato e, con grande sorpresa, è arrivata una lettera di trasferimento per Murraça. Per me è stato un colpo duro: già trasferirsi dalla città ad un paesino era una sfida, ma sentirsi dire che si deve lasciare anche il paesino per andare in mezzo alla campagna dove non c’è nulla, nemmeno la rete cellulare…all’inizio è stata una sfida che, in certi momenti, ho pensato che non sarei riuscita a superare. Oggi invece, dopo 3 anni qui, non mi vedo ad insegnare in nessun’altra scuola che non sia questa, e non è certo per questioni economiche!

‘E perché? Ti piace così tanto la vita in campagna?’

In parte è proprio così! Qui si è costruita una vera e propria famiglia, molto solida. La cosa che amo di più dei mie colleghi e delle persone di campagna, è che dicono le cose dirette. Non nascondono nulla, non fingono. Si può restarci male, a volte, ma non sono persone voltafaccia, doppiogiochisti dai tanti volti, come spesso succede in città.

Questa è la prima ragione per cui amo Murraça e l’EPAC, una ragione emotiva direi. Poi ce n’è un’altra, più tecnica, che ha a che fare con il mio lavoro ed è l’insegnamento modulare. Dentro ad un’unità tematica, il professore può scegliere gli argomenti più concreti, rendendo l’insegnamento più pratico e libero da vincoli programmatici. Questo per me è importantissimo, perché gli studenti non sono una tabula rasa su cui scrivere ciò che si vuole, a cui far ripetere stupide cantilene. Ogni ragazza e ragazzo che studia qui ha la sua testa e non solo può apprendere, ma può anche insegnare. Chiaramente sullo sfondo c’è un programma ben preciso, ma la nostra filosofia formativa ci permette di individualizzare l’insegnamento e valorizzare le capacità e attitudini di ogni studente. Non si vede l’allievo in quanto tale, ma “João” come “João” e “Maria” come “Maria”. Questo tipo di scuola mi ha insegnato che ognuno ha il suo modo e il suo momento per apprendere, ogni alunno ha la sua velocità, la sua capacità più o meno lenta di capire. Alcuni hanno capacità cognitive enormi.

Per tutte queste ragioni non mi vedo a insegnare in un’altra scuola. In un certo senso mi sento obbligata a stare qui, ma è un piacevole esilio. In città non insegnerei mai. E come hai notato non parlo di salario e dei sussidi, che pure sono sicuramente importanti. Qui si ha l’opportunità di conoscere ogni alunno e di trasformare le debolezze in opportunità. Non tornerei mai indietro!

‘La sfida più grande?’

La grande sfida è creare, all’interno dell’EPAC, la curiosità per materie non agro-zootecniche, come quelle che insegno io! Ed è anche una sfida al contrario, con il vantaggio di imparare dagli altri colleghi quanto più possibile sulle discipline tecniche di agraria e zootecnia!Celia01

‘E la cosa più divertente?’

Più divertente? Mi piace applicare la psicologia umana alle piante, studiandone la psicologia, e utilizzare per le piante strumenti che sono pensati per lo studio delle persone

‘Qual è l’evento migliore che ricordi?’

Non so, ce ne sono talmente tanti, sia professionalmente che umanamente, che non saprei scegliere. Qui ho passato i migliori momenti della mia vita. È qui che sono cresciuta, non solo professionalmente, ma socialmente. Mio padre mi ha limitato moltissimo, mi ha proprio chiusa: qui mi ero portata dietro tutto l’egocentrismo e l’egoismo tipico dell’infanzia. Ma qui ho capito e imparato a pensare agli altri, al collettivo. Il pensiero collettivo è tipico delle zone rurali secondo me: se ci mettiamo assieme ce la possiamo fare. La città ti induce più all’individualismo. Per giocare con le parole e la situazione, direi che qui ho imparato a coltivare il pensiero collettivo per riuscire ad aprirmi, a sbocciare come persona. Prima ero molto limitata, il 90% del tempo pensavo solo a me e non concedevo intimità. Non ero simpatica, lo sembravo soltanto, per raggiungere gli obiettivi. Ora credo che sia simpatia vera’.

‘E di situazioni negative? Che mi dici? Ne saranno capitate anche qui, no?’

Cose negative particolari non me ne vengono in mente. Se proprio devo pensare a qualcosa di brutto, penso alla formazione di piccoli gruppi chiusi all’interno del complesso-scuola. D’altro canto si tratta di un fenomeno del tutto normale! Per quanto riguarda la comunità, invece, c’è un po’ la tendenza a fare piaceri solo in cambio di denaro, per guadagnare. Credo si tratti di una brutta abitudine. Ma con il tempo e il miglioramento delle condizioni economiche e sociali, sicuramente cambierà anche questo!

‘Stiamo per concludere, non voglio sottrarti ai tuoi studenti ancora a lungo!’

Non preoccuparti, questo pomeriggio non ho lezione. Ma credo di sapere cosa mi vuoi chiedere…

‘Davvero? Cosa dunque?!’

Il ruolo della cooperazione e del Consorzio in tutto questo!

‘Brava! Proprio questo!’

lezioneSottoAlberorE’ il Consorzio che ha reso tutto questo possibile, probabilmente il Governo Mozambicano ci avrebbe messo molti più anni. Mi viene da pensare che gli italiani siano un popolo buono di natura o che il Consorzio vada alla ricerca solo dei migliori, perché sono sempre stati tutti allegri, disponibili e, cosa più importante ed incredibile, umili. Persone molto semplici che aiutano dalla più piccola alla più grande delle difficoltà. Non so se fingono, ma se fingono, allora lo fanno proprio bene, dall’inizio alla fine! [sorride]. Questa umiltà finisce per contagiarci. Abbiamo imparato che non bisogna essere arroganti per ottenere qualcosa. Anche rimanendo semplici, le persone con cui lavori capiscono quanto vali, le differenze tra te e gli altri.  Ho in mente un’immagine: stavamo rientrando a Caia con Fabio [Olmastroni, giá responsabile del settore rurale a Caia-Murraça, nda] e ci siamo fermati a lato della strada per caricare del materiale. Fabio è saltato subito fuori dall’auto e si è rimboccato le maniche e ha cominciato a caricare il materiale come se fosse assolutamente normale sporcarsi le mani! È un gesto che mi ha insegnato molto, più di tante parole e libri scritti!

‘Italiani e Mozambicani in un’immagine?’

Come la notte e il giorno. Italiani e Mozambicani quando si incontrano sono come la notte e il giorno. Si sposano e ne nascono le cose più belle: l’alba e il tramonto!

‘Se ti dicessi che ho un premio per te? Puoi viaggiare per un posto lontano: dove andresti?’

Se mi chiedi di partire per sempre, allora ti ringrazio ma ti rispondo di no, non c’è un altro posto dove vorrei vivere. Ma se ti riferisci ad un viaggio di piacere, allora mi piacerebbe conoscere l’Italia, non c’è alcun dubbio!

‘Grazie Celita, è stato un vero piacere!’

Grazie a voi, a tutti voi!

Intervista di Lorenzo Nichelatti, rielaborata da Barbara Zamboni

CONTESTO
Il distretto di Caia, situato al centro del Mozambico nella Provincia di Sofala, è una regione dalla marcata vocazione agricola. Nonostante le acque del fiume Zambesi e l’abbondanza di risorse naturali, l’agricoltura del distretto rimane molto al di sotto delle sue potenzialità, confinata per lo più all’autoconsumo familiare e poco diversificata. I prodotti principali sono mais, sorgo e sesamo. La produzione ortofrutticola è scarsa ed estremamente vulnerabile ai fenomeni metereologici; i sistemi di irrigazione insufficienti; gli strumenti e le tecniche di coltivazione sono rimasti di stampo tradizionale, e la conservazione dei prodotti agroalimentari è quasi sconosciuta. La mancanza di arterie di comunicazione efficienti rende difficili anche i trasporti e la commercializzazione.
PROGETTO
Nel 2008 il CAM ha aperto a Caia la Scuola Professionale Agro-Zootecnica, con annesso il Centro di Sviluppo Agro-Zootecnico del distretto. Oltre alla formazione professionale, il progetto mira a promuovere e diffondere uno spirito imprenditoriale, che permetta alle giovani generazioni di credere e puntare sull’autoimpiego e l’autogestione, rendendoli in grado di avviare e gestire la propria piccola-media azienda agricola.

www.trentinomozambico.org