#45 DOMINGOS, UNA STORIA D’AMORE

Domingo 1Domingos ha 52 anni, fa l’insegnante, è sposato e padre di famiglia: 6 figli che vivono con lui a Beira, più uno al di là dell’equatore, che ha visto per l’ultima volta quando questo era poco più che un neonato.

La scuola primaria Njezera di Caia dove insegna Domingos nel 2013 ha partecipato al Progetto di Promozione alla Salute Comunitaria (PPS), uno dei progetti del Settore Sociale del CAM, ospitando diversi appuntamenti del programma, dalle riunioni con i consigli scolastici a quelle con i genitori, quelle con i direttori, fino ad un corso di costruzione delle latrine per gli alunni della scuola e le loro famiglie, che ha visto perfino l’intervento delle autorità distrettuali alla festa di inaugurazione. Il corso di formazione per insegnanti del programma PPS è durato 7 mesi, e Domingos non ha saltato una lezione. Non solo, un quarto d’ora prima dell’incontro, lo potevi vedere già là, sotto la tettoia di paglia del cortile, ad aspettare i suoi colleghi. Durante la cerimonia di consegna dei certificati ai corsisti, Domingos è stato addirittura premiato a sorpresa per la sua costante presenza. “Io ero già qui prima dell’inizio della lezione perché mi hanno insegnato ad esser puntuale e in anticipo, se fossi arrivato in ritardo in Germania, mi avrebbero espulso e rispedito in Mozambico”.

A 18 anni, mentre frequentava un corso di abilitazione all’insegnamento nelle scuole primarie, Domingos entrò nel partito della Frelimo come giovane attivista. “Avevo 18 anni, ed ero appassionato di politica, e adoravo il leader del movimento socialista Fronte di Liberazione del Mozambico, nonché primo presidente del Mozambico indipendente, Samora Machel“. A 21 anni (era il 1983), durante una visita alla sede provinciale della Frelimo a Beira, il Presidente convocò tutti i membri del partito ad un incontro per scegliere giovani attivisti da inviare in Europa per due anni, nella Germania alleata, a studiare politica. “Ci mandavano nell’Europa dell’Est per studiare come implementare il socialismo in Mozambico. Eravamo tutti in una grande sala, Samora Machel occupava il tavolo presidenziale, era il nostro leader, un grande uomo. Ci lesse la lista dei nomi dei prescelti e ci diede appuntamento per due giorni dopo a Maputo, nel Palazzo della Ponta Vermelha, per organizzare il nostro viaggio in Europa”. Domingos aveva già una moglie e una figlia, Sara, ma fece le valigie e quel giorno salutò tutti.

A Maputo ci presentarono ufficialmente a sua Eccellenza Machel, nel palazzo presidenziale. Lui aveva avuto molta esperienza in Europa, ci disse che aveva molta confidenza con i leader tedeschi e che noi non potevamo sbagliare, il Mozambico non poteva fare una brutta figura. C’erano tante delegazioni da tutta l’Africa: Congo, Guinea Bissau, Angola. Ognuna aveva un giorno diverso di imbarco, noi del Mozambico saremmo partiti in dieci. Rotta: Maputo-Congo Brazaville-Berlino-FrancoforteQuando arrivammo a Francoforte venne la delegazione della scuola ad accompagnarci alla scuola. La nostra responsabile, la signora Gatraute, ci disse quali erano le nostre stanze, ci diede un sussidio di 50 marchi. Ricevevamo 400 marchi al mese. Avevo 21 anni, per la prima volta ero nel primo mondo: la temperatura, il freddo, mi impressionava tantissimo il modo di vivere dei tedeschi. Una cosa mi colpì profondamente, l’accoglienza dei tedeschi nonostante il colore della nostra pelle. Durante il governo coloniale portoghese, nessuno poteva chiedere la mano di una bianca, mentre in Germania eravamo trattati come persone uguali, ed era lecito avere relazioni con un bianco. Non c’era razzismo, io proprio non me lo aspettavo!”.>Nei primi anni ’80 in Mozambico, un paese socialista con un solo partito, appoggiato soprattutto dall’Unione Sovietica e da Cuba (punto di riferimento per i movimenti indipendentisti e anti-apartheid dei vicini Sudafrica e Rhodesia) cominciarono i primi disordini tra Frelimo e Renamo. Tra il 1981 e il 1994, il Mozambico venne trascinato in una guerra civile che provocò circa un milione di morti, di cui il 95% furono vittime civili.

Quello che studiavamo in Germania non avrebbe avuto più alcun effetto in Mozambico. Dopo due anni sarei potuto rimanere, ma per non perdere la possibilità di continuare la mia carriera di professore, nel 1986 tornai in Mozambico

Domingo miglior CorsistaUna storia d’amore

In Germania non si cenava, si prendeva solo un po’ di tè, un boccale di birra, un pezzo di pane, qualche stuzzichino, delle patate. E la sera alle 21.00 c’era ancora il sole, come di giorno! Si poteva attraversare una grande città da un capo ad un altro alla velocità della luce, viaggiando su un treno che va sotto terra, la metropolitana! E c’erano fermate degli autobus, con gli orari, e non si doveva aspettare una vita prima di trovare un mezzo. Una sera, me lo ricordo ancora benissimo, entrai in un caffè. Il sole stava ancora calando, una luce calda e accogliente avvolgeva tutto. Ordinai una birra, e in quel momento incrociai lo sguardo di una ragazza. Anche lei era una studentessa, e quella sera festeggiava con le amiche il buon esito di un esame. Mi chiese da dove venivo, mi chiese del continente africano. Aveva due occhi azzurri, grandi e curiosi. Parlammo molto del Mozambico, e mi chiese di preparare per lei qualcosa di buono da mangiare, un giorno. Non passarono tre giorni che mi chiamò e mi invitò a cena. Preparai da lei un piatto mozambicano: lei era entusiasta, andò a chiamare la sua vicina di casa, erano letteralmente estasiate da quei sapori forti ed esotici. Passai lì la notte: nessuna mi aveva mai amato e mi avrebbe amato come ha fatto lei. Il giorno mi accompagnò a scuola, e insieme chiedemmo al Direttore di poter lasciare lo studentato e di andare a vivere insieme. Ulriche mi amava e voleva un figlio, nonostante sapesse che molto presto sarei partito per non tornare più e lei non avrebbe potuto seguirmi in Mozambico, perché il governo non l’avrebbe permesso.” Domingos e Ulriche vissero assieme per un anno e mezzo. Finito il corso di studio, l’ambasciata richiamò il gruppo dei mozambicani per reimbarcarli e farli tornare in Africa. Erano i primi mesi del 1986, un freddo pungente avvolgeva tutto. “Il giorno della partenza fu un vero e proprio strazio, una guerra. Ulriche mi strappò la cravatta dal collo, continuava a chiedermi di non partire. Nostro figlio aveva 4 mesi.

La mia compagna era una donna bianca, e io non avrei mai creduto che qualcuno con una pelle di un colore diverso dal mio potesse prendersi cura di me in quel modo. In Mozambico avevo sposato mia moglie perché avevo un lavoro, e dei soldi da offrirle, e lei mi aveva scelto per questo…da noi è questa la normalità! Gli altri colleghi mozambicani erano invidiosi di me e di Ulriche, non riuscivano a concepire il nostro rapporto così paritario. Io non avevo esportato quell’idea di maschilismo che tanto è diffuso da noi: avevo una compagna, convivevo con una donna e condividevo con lei ogni cosa, ogni mansione di casa, anche quando nacque nostro figlio.”

Un amico di Domingos, il senhor Joao, è rimasto in Germania, trasferendosi lassù con la famiglia intera e, negli anni, è rimasto la fonte di informazioni su Ulriche e suo figlio. Lo scorso mese Joao è tornato in Mozambico per le vacanze e ha voluto incontrare Domingos a Beira. Gli ha consegnato delle foto: suo figlio ora ha 29 anni. Ulriche non si è mai più sposata e non ha più avuto figli da nessun’altro uomo.

Domingos, se potessi esprimere un desiderio, cosa chiederesti?

Vorrei che mio figlio potesse finalmente venirmi a trovare in Mozambico. Io ho una grande casa a Beria, lui potrebbe trovare lavoro qui, è un ingegnere qualificato, potrebbe vivere qui con me. Gli farei conoscere mia moglie e i miei figli, i suoi fratelli. E poi vorrei concludere i miei studi. Sto frequentando l’università, manca poco: voglio prendermi la laurea in sociologia’.

Intervista di Antonella Sgobbo, rielaborata da Barbara Zamboni

CONTESTO
A Caia, distretto rurale situato nel centro del Mozambico, nella Provincia di Sofala, l’infezione da HIV supera il 30% della popolazione. Sebbene a livello di comunicazione sociale appaia la patologia di maggior impatto, è importante considerare che attualmente in Mozambico è la malaria a mietere la maggior parte delle vittime, seguita da diarrea e malnutrizione. Inoltre la mancanza di buone pratiche di utilizzo e conservazione dell’acqua e le malattie “neglette” (ritenute non fatali e di cui la popolazione non si preoccupa molto) sono fattori debilitanti per la popolazione soprattutto delle aree rurali e semi-urbane.
PROGETTO
Dal 2011 il CAM coordina in alcuni quartieri della cittadina di Caia un progetto pilota di “educazione alla salute comunitaria” che, partendo dalle scuole elementari, mira a diffondere e rafforzare i temi dell’igiene e dell’attenzione alla salute coinvolgendo insegnanti, alunni, genitori, autorità tradizionali, comitati di gestione dei pozzi, personale scolastico e delle istituzioni locali. La metodologia su cui si basa il progetto, introdotta con la collaborazione di una formatrice brasiliana, è definita “aprender fazendo” ossia dell’imparare attraverso la pratica.

www.trentinomozambico.org

 

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